PREMIO GIORNALISTICO MAURIZIO RAMPINO

XII Edizione – 2018

Maurizio Rampino

cropped-mauriziorampino2.jpgDovrei dirvi – sono stato invitato per questo – che Maurizio Rampino non c’è più. Ma non è così. Non so come dirvelo, ma non è così. In verità, Maurizio, con la pancetta dei quarant’anni e il fiato corto, corre lungo il Parco del Negroamaro. Corre come ai bei tempi, quando da ragazzo riuscì ad eguagliare, unico in Italia, quel Pietro Mennea che sarebbe poi diventato l’uomo più veloce del mondo. Corre, Maurizio. Sale e scende lungo le Serre di Sant’Elia, fra Trepuzzi, Squinzano e Campi. Corre, poi si ferma a prendere respiro. “Dobbiamo salvare questi posti”, dice al cane che lo segue come un’ombra. Lui, lo sapete, ha un rapporto speciale con i cani. Li ama e li rispetta, prima di tutto; li tratta – se possibile – meglio di se stesso. Li provoca e ci gioca; li tenta e li fa incazzare. Un po’ come fa con gli uomini. Anzi, lui vorrebbe – “sarebbe una gran cosa”, aggiunge – che gli uomini fossero come i cani, che lui considera in genere fedeli e leali; in una parola generosi. Già, non devo rivelarvelo io, ma sapete bene che Maurizio è un generoso; un magnifico generoso. Se glielo dite, però, vi guarda di trasverso e se ha una pietra per le mani ve la tira dietro. Poi riprende a correre. Non lo vedete ma ci dà dentro, ansima e sbuffa come un vecchio treno a vapore. E il cane, la sua vecchia Ella, una bastardina “come poche”, gli va appresso. Ce n’è di strada da fare per controllare che da queste parti sia tutto in ordine: che non compaiano discariche gigantesche ad un pelo dall’acqua di falda, come sulla via per Casalabate; che i mulini a vento non facciano ombra all’Abbazia di Cerrate. Che il mondo, insomma, non diventi peggiore di quel che è. Così Maurizio corre di qua e di là. Le scarpe, certo, non saranno lucide, ma che importa? Lui, a dirla tutta, vorrebbe tenerle a posto, addirittura scintillanti, pigliando delicatamente a calci qualcuno – sempre a parole, per carità – e allora bisogna tirarlo per la maglietta o per il bavero del cappotto. Tenerlo a bada finché non gli passa. Poi si accende la sigaretta, l’ennesima, e si può cominciare a ragionare. Come faccio a dirvi che non c’è più? In redazione, spesso, sentiamo perfettamente la sua voce: borbottii profondi e qualche…”amen”; qualche vaff…e qualche strillo. Certi giorni, poi, praticamente tutti, eccolo spuntare da dietro le colonne della galleria di Piazza Mazzini, a Lecce. “Ehi, schifi”, dice. E se non ti aspetta, si avvia verso il caffé. Col quadernetto spiegazzato sotto il braccio. Lì ci sono i suoi numeri di telefono, i testimoni di una vita. Li ha dimenticati sulla scrivania e – vedrete – uno di questi giorni passerà a riprenderselo.

Angelo Sabia
(da “Almanacco Salentino” del 2007)

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